Il nome della frazione Fornace deriva dalle fornaci che tempi fa operavano in questa borgata. Ben poco si sa sulla loro storia che si è via via perduta col passare degli anni, le uniche tracce sono state ricostruite grazie ai ricordi di alcune persone vissute nella zona.
Il nome attuale Fornace è stato assegnato alla frazione negli anni 60; ma già dalle carte topografiche dei primi del 1900 la borgata risultava chiamarsi Fornaci della Pieve dovuto alle fornaci ed alla antica Pieve che fino al 1975 dominava la zona dal punto più in alto del territorio.
L’antico nome sta a confermare che di fornaci ve ne erano due, la più piccola e più recente era situata vicino alla attuale Chiesa e precisamente dove c’è l’autodemolizione; non fu mai completata nella sua struttura e quindi lavorò per poco tempo.
La sua costruzione iniziò nei primi anni del 1900, lavorò per una decina di anni, il camino era alto solamente una decina di metri, da questa vennero prodotti solo pochi mattoni.
L’altra fornace più grande e più vecchia, si presume sia stata costruita verso il 1850, era collocata in fondo alla stradina al centro attuale della frazione; attualmente c’è una vecchia casa colonica.
Delle due fornaci ora non esiste più nessuna traccia se non altro che i mattoni ed i coppi delle case più vecchie dove ancora risalta la scritta “Fornace della pieve”.
Nessuno sa con precisione l’anno di fondazione di entrambe, si sa solo qualcosa sulla loro fine. Di questa più grande ci sono più notizie perchè le persone che ce le hanno raccontate a quei tempi erano bambini e d’inverno andavano a giocare dentro i depositi della lignite, situati sotto il fabbricato dove fino a pochi anni fa c’era il distributore della benzina.
Oppure andavano a scaldarsi o a cuocere le castagne nei forni di cottura dei mattoni.
I padroni di questa fornace ai primi del 1900 erano i signori Picchi e Radicioni che avevano anche una fabbrica di conserva a Chiaravalle ed erano anche proprietari di tutte le terre della zona del “ Palazzo”, zona lungo la via che da Fornace porta ad Ostra Vetere; Picchi possedeva anche l’attuale palazzina situata a ridosso della pineta di Belvedere.
Verso il 1915 questi due signori, siccome erano anziani, cedettero la fornace a Cappellini e Bruciavini, professore all’ospedale di Montecarotto; ma dopo pochi anni, a loro volta vendettero la fornace ad un certo Mancini di Jesi direttore di scuola.
Mancini era proprietario di molti terreni a Collefiorente e a Montecarotto e quindi gli servivano i mattoni per costruire le case per i contadini.
Completate le case di loro occorrenza, verso il 1925 Mancini decise di dedicarsi solo ai terreni e non trovando nuovi acquirenti cessò l’attività della fornace.
Dopo qualche anno di abbandono, verso il 1930, il proprietario diede l’incarico di abbattere il camino della fornace alto circa 40 metri; fu una impresa rischiosissima pensando alle poche attrezzature disponibili a quei tempi, che soltanto Eldo Cingolani ed Enrico Barcaglioni eseguirono.
Fecero cadere il camino di lato a ridosso della collina, che causò un grandissimo boato; ricevettero come ricompensa i mattoni che riuscirono a recuperare che poi utilizzarono per la costruzione delle loro case.
Qualche anno dopo un certo Quattrocchi, anche lui professore all’ospedale di Montecarotto, voleva riaprire la fornace ma ricostruire il camino era troppo costoso e quindi ci rinunciò.
Peccato, forse quel camino buttato giù in un attimo, avrebbe potuto segnare la storia della frazione. Negli ultimi anni lavoravano alla fornace circa una ventina di uomini ed una decina di donne; addirittura nel 1914 le autorità di allora misero in piedi un progetto di costruzione di una ferrovia passante al centro della Fornace che andava da Chiaravalle a Jesi fino a Pergola; ma la prima guerra mondiale purtroppo fece rimanere quel progetto in un cassetto.
Nella fornace venivano prodotti mattoni, coppi, tavelle, brocche e vasi; solo sui coppi e sulle tavelle veniva incisa la scritta “Fornace della Pieve”.
Tra quelli che lavorarono alla fornace vennero citati alcuni nomi tra i quali: Eugenio Ragaglia, capo d’opera, alcuni ricorderanno il figlio Vittorio; Pacifico Pistelli fuochista; Lombardo Petrolati motorista, morto trascinato dalle pulegge del meccanismo che movimentava la catena di trasporto dei mattoni nelle camere di cottura. Checco lo zoppo da Belvedere, Petrini Enrico, Pistelli Giulio, Morsucci Marino e Ferretti Giuseppe, tutti “terrazzieri” che trasportavano la terra con i carrelli; Barchiesi Adamo e Goffi Ernesto, “scariolanti” che trasporatavano la terra con le carriole; Neno de Paolò da Montecarotto, lavorava dentro la cava della terra. Hanno detto che quando andava a casa la sera era tutto interrato dai piedi al viso, come un maiale; Remo da Chiaravalle autista del camion Fiat BL che portava la lignite per i forni dalla stazione di Chiaravalle fino alla fornace.
Alla fine delle giornate di lavoro si ritrovavano tutti a bere un bicchiere di vino nell’osteria di Paolo Ragaglia che era situata vicino ai depositi della lignite, all’imbocco della stradina che oggi dalla provinciale porta nell’area dove un tempo era situata la fornace.
Questa breve storia è stata scritta grazie ai racconti di Primo Donninelli e Delio Petrini.
Sauro Petrini
Il nome attuale Fornace è stato assegnato alla frazione negli anni 60; ma già dalle carte topografiche dei primi del 1900 la borgata risultava chiamarsi Fornaci della Pieve dovuto alle fornaci ed alla antica Pieve che fino al 1975 dominava la zona dal punto più in alto del territorio.
L’antico nome sta a confermare che di fornaci ve ne erano due, la più piccola e più recente era situata vicino alla attuale Chiesa e precisamente dove c’è l’autodemolizione; non fu mai completata nella sua struttura e quindi lavorò per poco tempo.
La sua costruzione iniziò nei primi anni del 1900, lavorò per una decina di anni, il camino era alto solamente una decina di metri, da questa vennero prodotti solo pochi mattoni.
L’altra fornace più grande e più vecchia, si presume sia stata costruita verso il 1850, era collocata in fondo alla stradina al centro attuale della frazione; attualmente c’è una vecchia casa colonica.
Delle due fornaci ora non esiste più nessuna traccia se non altro che i mattoni ed i coppi delle case più vecchie dove ancora risalta la scritta “Fornace della pieve”.
Nessuno sa con precisione l’anno di fondazione di entrambe, si sa solo qualcosa sulla loro fine. Di questa più grande ci sono più notizie perchè le persone che ce le hanno raccontate a quei tempi erano bambini e d’inverno andavano a giocare dentro i depositi della lignite, situati sotto il fabbricato dove fino a pochi anni fa c’era il distributore della benzina.
Oppure andavano a scaldarsi o a cuocere le castagne nei forni di cottura dei mattoni.
I padroni di questa fornace ai primi del 1900 erano i signori Picchi e Radicioni che avevano anche una fabbrica di conserva a Chiaravalle ed erano anche proprietari di tutte le terre della zona del “ Palazzo”, zona lungo la via che da Fornace porta ad Ostra Vetere; Picchi possedeva anche l’attuale palazzina situata a ridosso della pineta di Belvedere.
Verso il 1915 questi due signori, siccome erano anziani, cedettero la fornace a Cappellini e Bruciavini, professore all’ospedale di Montecarotto; ma dopo pochi anni, a loro volta vendettero la fornace ad un certo Mancini di Jesi direttore di scuola.
Mancini era proprietario di molti terreni a Collefiorente e a Montecarotto e quindi gli servivano i mattoni per costruire le case per i contadini.
Completate le case di loro occorrenza, verso il 1925 Mancini decise di dedicarsi solo ai terreni e non trovando nuovi acquirenti cessò l’attività della fornace.
Dopo qualche anno di abbandono, verso il 1930, il proprietario diede l’incarico di abbattere il camino della fornace alto circa 40 metri; fu una impresa rischiosissima pensando alle poche attrezzature disponibili a quei tempi, che soltanto Eldo Cingolani ed Enrico Barcaglioni eseguirono.
Fecero cadere il camino di lato a ridosso della collina, che causò un grandissimo boato; ricevettero come ricompensa i mattoni che riuscirono a recuperare che poi utilizzarono per la costruzione delle loro case.
Qualche anno dopo un certo Quattrocchi, anche lui professore all’ospedale di Montecarotto, voleva riaprire la fornace ma ricostruire il camino era troppo costoso e quindi ci rinunciò.
Peccato, forse quel camino buttato giù in un attimo, avrebbe potuto segnare la storia della frazione. Negli ultimi anni lavoravano alla fornace circa una ventina di uomini ed una decina di donne; addirittura nel 1914 le autorità di allora misero in piedi un progetto di costruzione di una ferrovia passante al centro della Fornace che andava da Chiaravalle a Jesi fino a Pergola; ma la prima guerra mondiale purtroppo fece rimanere quel progetto in un cassetto.
Nella fornace venivano prodotti mattoni, coppi, tavelle, brocche e vasi; solo sui coppi e sulle tavelle veniva incisa la scritta “Fornace della Pieve”.
Tra quelli che lavorarono alla fornace vennero citati alcuni nomi tra i quali: Eugenio Ragaglia, capo d’opera, alcuni ricorderanno il figlio Vittorio; Pacifico Pistelli fuochista; Lombardo Petrolati motorista, morto trascinato dalle pulegge del meccanismo che movimentava la catena di trasporto dei mattoni nelle camere di cottura. Checco lo zoppo da Belvedere, Petrini Enrico, Pistelli Giulio, Morsucci Marino e Ferretti Giuseppe, tutti “terrazzieri” che trasportavano la terra con i carrelli; Barchiesi Adamo e Goffi Ernesto, “scariolanti” che trasporatavano la terra con le carriole; Neno de Paolò da Montecarotto, lavorava dentro la cava della terra. Hanno detto che quando andava a casa la sera era tutto interrato dai piedi al viso, come un maiale; Remo da Chiaravalle autista del camion Fiat BL che portava la lignite per i forni dalla stazione di Chiaravalle fino alla fornace.
Alla fine delle giornate di lavoro si ritrovavano tutti a bere un bicchiere di vino nell’osteria di Paolo Ragaglia che era situata vicino ai depositi della lignite, all’imbocco della stradina che oggi dalla provinciale porta nell’area dove un tempo era situata la fornace.
Questa breve storia è stata scritta grazie ai racconti di Primo Donninelli e Delio Petrini.
Sauro Petrini
Nessun commento:
Posta un commento